Polizza sanitaria ai dipendenti: quanto è deducibile per l'azienda
Se l'azienda paga la copertura sanitaria dei dipendenti, il costo è deducibile dal reddito d'impresa fino a 3.615,20 € l'anno per persona, e per il dipendente quella somma non è reddito imponibile: niente IRPEF, niente contributi. Lo prevede l'art. 51, comma 2, lettera a) del TUIR, ed è un regime diverso — e più favorevole — dalla detrazione del 19% che vale per chi paga la polizza di tasca propria.
Due regimi fiscali, non uno
È l'equivoco più comune su questo tema: pensare che la polizza sanitaria abbia un solo trattamento fiscale, quello della detrazione IRPEF del 19% sulle spese personali. In realtà i regimi sono due, e non si sovrappongono.
| Polizza pagata dal dipendente | Polizza pagata dall'azienda | |
|---|---|---|
| Norma | Detrazione IRPEF 19% (spese sanitarie) | Art. 51, comma 2, lett. a) TUIR |
| Per chi paga | Il dipendente, di tasca propria | L'azienda, come costo del personale |
| Limite | Nessun tetto sulle spese mediche eccedenti la franchigia | 3.615,20 € l'anno per dipendente |
| Effetto per il lavoratore | Recupera il 19% in dichiarazione l'anno dopo | Il beneficio non è reddito: zero tasse, zero contributi, subito |
| Effetto per l'azienda | Nessuno — non è un costo aziendale | Deducibile dal reddito d'impresa ai fini IRES |
Il secondo regime è quello che riguarda il welfare aziendale, ed è strutturalmente più conveniente per entrambe le parti: l'azienda deduce il costo, il dipendente riceve un beneficio che — entro il limite — non genera alcun prelievo.
Come funziona il limite dei 3.615,20 €
La soglia si applica ai contributi versati a enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale — un fondo sanitario, o una polizza collettiva assimilabile per finalità. Entro quella cifra, per dipendente e per anno:
- l'azienda deduce integralmente il costo dal reddito d'impresa, trattandolo come costo del personale;
- il dipendente non paga nulla: la somma non concorre a formare il reddito da lavoro dipendente, quindi non è soggetta a IRPEF né a contributi previdenziali.
Superato il limite, la parte eccedente i 3.615,20 € torna a essere reddito imponibile per il dipendente secondo le regole ordinarie. Il tetto è per persona: su un nucleo di dipendenti, si applica singolarmente a ciascuno, non come somma complessiva aziendale.
Cosa serve per accedere al beneficio
Due condizioni, verificate sulla normativa vigente:
- La generalità o categorie di dipendenti. Il beneficio fiscale pieno richiede che la copertura sia offerta a tutti i dipendenti o a un'intera categoria omogenea (per esempio tutti i quadri, o tutti gli operai), non a singoli individui scelti a discrezione.
- Un ente con fine esclusivamente assistenziale. La polizza o il fondo devono avere questo scopo dichiarato, non essere una generica forma di retribuzione mascherata da assistenza sanitaria.
Il canale con cui l'azienda struttura l'offerta — un fondo sanitario di categoria previsto dal CCNL, un fondo aperto, o una polizza collettiva dedicata — cambia la forma tecnica ma non il principio fiscale di fondo.
Perché conviene rispetto alla busta paga
Un confronto diretto rende l'idea. Un euro di aumento in busta paga, per un dipendente con aliquota marginale IRPEF al 35%, arriva netto per circa 65 centesimi — e all'azienda costa anche gli oneri contributivi sopra la retribuzione lorda. Un euro versato in copertura sanitaria entro il limite di 3.615,20 € arriva al dipendente per intero, sotto forma di prestazione, e all'azienda costa il suo valore pieno ma deducibile. È la ragione per cui il welfare sanitario è una delle leve più usate nella contrattazione di secondo livello.
In sintesi
Se la tua azienda valuta di offrire una copertura sanitaria ai dipendenti, il vantaggio fiscale non è marginale: deducibilità piena per l'impresa, zero tassazione per chi la riceve, fino a 3.615,20 € l'anno a persona. È un terreno diverso dalla polizza individuale, e va strutturato correttamente fin dall'inizio per restare dentro le condizioni di legge.
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